Quando un cliente, un revisore o un ente ti chiede la dichiarazione di accessibilità, non sta chiedendo “un testo”. Sta chiedendo una presa di responsabilità: cosa è conforme, cosa non lo è, cosa stai facendo per rimediare e con quali tempi. Se la dichiarazione è vaga o incoerente con lo stato reale del sito, diventa un punto debole: reputazionale prima ancora che normativo.
Questa guida è pensata per chi deve decidere e firmare, non solo per chi “mette mano al codice”. L’obiettivo è operativo: capire come scrivere dichiarazione di accessibilità sito in modo credibile, verificabile e aggiornabile, senza trasformarla in un documento burocratico.
Cosa è davvero la dichiarazione (e perché viene controllata)
La dichiarazione di accessibilità è una comunicazione pubblica che descrive il livello di conformità del tuo sito o servizio online rispetto a requisiti di accessibilità (tipicamente WCAG 2.1 livello AA) e indica un canale di contatto per segnalazioni e richieste.
Non è un “bollino”. È un deliverable che deve reggere tre situazioni concrete: una persona che segnala una barriera, un partner B2B o PA che chiede evidenze, un controllo legato alla compliance (con l’EAA 2025 la pressione aumenterà su molti settori).
Qui c’è il trade-off: più la dichiarazione è onesta e precisa, più ti protegge. Più è generica e autocelebrativa, più ti espone, perché promette ciò che il sito potrebbe non garantire.
Prima di scrivere: serve uno stato di fatto, non un’opinione
Scrivere bene senza misurare è quasi impossibile. Il testo deve poggiare su evidenze: verifiche automatiche, test manuali, campionamento delle pagine e – se il sito è complesso – una mappatura delle user journey principali (login, checkout, moduli, area riservata).
Se ti limiti a “abbiamo seguito le best practice”, rischi di non sapere dove sono i blocchi reali: focus non visibile, moduli senza etichette, contrasto insufficiente, componenti JS non navigabili da tastiera, documenti scaricabili non accessibili.
Prima di aprire un documento, chiarisci tre cose interne:
- Quali pagine e funzionalità sono incluse nel perimetro (tutto il dominio? micrositi? sottodomini? area riservata?).
- Quale standard stai usando come riferimento (WCAG 2.1 AA è la base più comune per l’allineamento).
- Che tipo di valutazione hai fatto e quando (audit manuale, scanner, entrambi). Le date contano: una dichiarazione senza data è una dichiarazione che invecchia male.
Come scrivere dichiarazione di accessibilità sito: la struttura che funziona
Una dichiarazione efficace è breve, ma non superficiale. Deve essere comprensibile anche a un non tecnico, e abbastanza specifica da essere verificabile.
Identificazione del sito o servizio e ambito
Apri con l’identificazione chiara: nome del sito, URL, eventuali sottosezioni incluse o escluse. Se l’esperienza utente dipende da app o da un portale esterno (ad esempio pagamento o prenotazione), dichiaralo.
Qui conviene essere trasparenti: se una parte è gestita da terzi, non sparisce. Va indicata come dipendenza e, se possibile, come area di miglioramento concordata.
Stato di conformità: scegli un livello e sostienilo con fatti
Dichiara lo stato con una formula netta: conforme, parzialmente conforme, non conforme. Evita frasi ambigue tipo “il sito è accessibile” senza qualifiche.
Se sei “parzialmente conforme”, è normale. Molti siti lo sono, soprattutto e-commerce e portali ricchi di componenti interattivi. Quello che fa la differenza è come descrivi la parte non conforme.
Contenuti non accessibili: elenca le barriere in modo utile
Qui molte dichiarazioni falliscono, perché diventano un elenco generico (“alcuni contenuti potrebbero non essere accessibili”). Non serve a nessuno.
Descrivi invece le non conformità per tipologia e impatto: ad esempio navigazione da tastiera su specifici widget, etichette e messaggi di errore nei form, alternative testuali per immagini informative, gestione del focus in modali, contrasto in specifiche combinazioni di colori.
Se puoi, indica dove si presentano (es. “modulo contatti”, “filtro prodotti”, “carousel in homepage”). Non serve nominare ogni URL, ma serve far capire che hai guardato davvero il sito.
Nota importante: se ci sono PDF o documenti scaricabili, trattali come parte del servizio. Se non sono accessibili, va dichiarato e va messo un piano.
Motivazioni: quando “non accessibile” è legittimo (ma va motivato)
A volte la non accessibilità deriva da:
- contenuti di terzi non sotto il tuo controllo;
- onere sproporzionato (da motivare e documentare, non da usare come scusa);
- contenuti archiviati che non sono più aggiornati ma restano online.
Qui vale la regola manageriale: se lo scrivi, devi poterlo difendere. Se non hai una valutazione dell’onere, non citare l’onere sproporzionato.
Piano di miglioramento: tempi, priorità, responsabilità
Una dichiarazione credibile contiene un piano. Non serve pubblicare una roadmap infinita, ma serve indicare priorità e tempistiche.
Esempio pratico di impostazione: “Stiamo intervenendo su navigazione da tastiera e messaggi di errore dei moduli entro il trimestre corrente; contrasto e alternative testuali entro la prossima release; PDF storici su richiesta con alternativa accessibile”.
Il punto non è promettere la perfezione domani. È dimostrare controllo operativo: cosa fai, quando, e come gestisci le richieste nel frattempo.
Metodo di valutazione e data di redazione
Indica come è stata valutata l’accessibilità: test interni, audit di esperti, scansioni automatizzate, campionamento, tecnologie assistive utilizzate.
Non trasformarlo in un report tecnico. Ma metti elementi che rendano la dichiarazione difendibile.
Chiudi questa sezione con:
- data di redazione;
- data dell’ultima revisione;
- data prevista del prossimo aggiornamento (se fai monitoraggio periodico, dichiaralo).
Contatti e feedback: il canale che ti salva quando qualcosa non va
Inserisci un meccanismo semplice per segnalazioni: email dedicata o form accessibile, con un impegno sui tempi di risposta.
Qui c’è un tema spesso sottovalutato: il canale deve essere accessibile lui stesso. Se usi un form, testalo da tastiera e con screen reader. Se non sei sicuro, usa una email come fallback.
Aggiungi anche cosa può chiedere l’utente: segnalare barriere, richiedere contenuti in formato alternativo, ricevere supporto per completare un’azione.
Errori comuni che aumentano il rischio (anche se “sembra tutto ok”)
Il primo errore è confondere la dichiarazione con una pagina marketing. Frasi come “siamo impegnati nell’inclusione” vanno bene, ma solo dopo i dati. Prima viene la sostanza.
Il secondo è dichiarare “conforme” perché lo scanner automatico non ha trovato errori gravi. Gli scanner sono utili, ma non vedono tutto: la tastiera, la logica dei focus, la qualità dei testi alternativi, la comprensibilità degli errori nei form.
Il terzo è non aggiornare. Un sito cambia ogni settimana: nuovi banner, nuove landing, nuove app di terze parti. Una dichiarazione ferma a due anni fa è un segnale di disallineamento.
Il quarto è non presidiare il processo: se nessuno è responsabile, la dichiarazione diventa un file dimenticato. Assegna owner e cadenza di revisione, come faresti per privacy e sicurezza.
Un approccio replicabile per PMI, e-commerce e agenzie
Se gestisci un solo sito, la dichiarazione è un documento vivo da tenere vicino al rilascio e alla manutenzione. Se gestisci dieci o cento siti (agenzia o gruppo), serve standardizzare.
La scelta dipende dal volume e dal rischio: puoi gestire tutto manualmente, ma il costo cresce e la probabilità di dimenticanze aumenta. Oppure puoi strutturare un flusso: scansioni ricorrenti, audit periodici sui template e sulle journey principali, backlog di remediation, aggiornamento della dichiarazione a ogni milestone.
Per chi vuole ridurre frizione e governare il processo, strumenti come Inclusivia nascono proprio per questo: diagnosi automatica, percorso verso WCAG 2.1 AA, gestione della dichiarazione come deliverable e monitoraggio che ti avvisa quando le cose cambiano. È una logica da compliance continua, non da “progetto una tantum”.
Dove pubblicarla e come renderla trovabile
La dichiarazione deve essere facile da trovare. La posizione più difendibile è nel footer, accanto a Privacy e Cookie, con un’etichetta chiara (“Dichiarazione di accessibilità”).
Evita di nasconderla in pagine secondarie o in PDF. Deve essere una pagina HTML, navigabile, indicizzabile, aggiornata.
L’ultimo controllo prima di pubblicare
Prima di metterla online, fai un controllo rapido ma concreto: leggi la dichiarazione come se fossi un utente che ha appena incontrato una barriera. Trova subito il contatto? Capisce cosa non funziona? Capisce cosa stai facendo e quando?
Se la risposta è sì, hai fatto il lavoro giusto. Perché la dichiarazione non è solo un obbligo: è un patto pubblico. E quando un patto è scritto bene, diventa un segnale di affidabilità che si vede anche nei momenti in cui qualcosa non va ancora.